La Curtis: proprietà terriera del Medioevo

Nel Medioevo, dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, si diffuse la pratica di dividere la terra in possedimenti terrieri, chiamate curtes. Lo scopo di dividere la terra in singole curtis era quella di soddisfare i propri bisogni.

Le curtes (chiamate anche villae, “villa”) potevano essere grandi una decina di ettari o anche una decina di migliaia di ettari. Appartenevano a un dominus (dal latino signore, padrone), che poteva essere il re, la Chiesa o un signore locale. Anche Carlo Magno ne possedeva molte.

Ogni curtis era divisa in due parti:

La pars dominica (che deriva da dominus) era la parte riservata al padrone gestita attraverso i suoi servi. Comprendeva la sua residenza come anche gli alloggi dei servi, il mulino, il forno e i laboratori per costruire e riparare strumenti e oggetti. Tutt’intorno vi si trovavano terre da lavorare, vigneti, orti, frutteti, terre per il pascolo e i boschi, dove venivano allevati i maiali, scelti di taglia piccola.

La pars massariccia, che era suddivisa in mansi. Il termine indicava sia il luogo dove abitavano i contadini che i piccoli appezzamenti dove lavoravano per sostenersi. In cambio del terrreno, sia i servi che i contadini dovevano versare al signore parte del raccolto, lavorare i terreni della pars dominica e pagare diversi tributi.

Le curtes non avevano scambi commerciali. Le strade a quel tempo erano piene di briganti, bisognava pagare dei tributi per passare le merci nel territorio di un altro signore e si usava ancora il baratto, quindi c’era poca disponibilità di denaro.

Per questo motivo, lo scopo della curtis nel Medioevo era garantire la sopravvivenza della popolazione. Ovviamente, ci furono anche dei problemi non voluti: nelle curtes si producevano numerosi prodotti in terreni non adatti o in condizioni climatiche difficili. Questo permise il diffondersi delle carestie.